Chi è Paolo

BIOGRAFIA DI PAOLO ROSSI
CHI E’ PAOLO

Copertina del Libro 1982 il mio mitico mondiale

Parlare di Paolo Rossi è ancora più difficile che parlare di Pablito, perché Paolo Rossi non è solo il calciatore, ma è l’uomo. Quindi non è solo parlare di ciò che è alla mercè del pubblico ma è parlare anche del suo stretto, personale privato.
E anche quando parliamo di avvenimenti che lo riguardano perché è stato uno dei più famosi calciatori del mondo alcuni di questi toccano non il suo piede sinistro o quello destro, ma toccano il suo “io”.
Quindi nessuno meglio di Federica Cappelletti, sua moglie e co-autrice, insieme a lui,  del libro “1982, il mio mitico mondiale” è in grado di raccontare di Paolo Rossi.

In questa pagina, proponiamo alcuni tratti del libro che ci daranno l’idea del Paolo Rossi “uomo”.

Chi non si accontenterà di questi tratti potrà leggerli interamente sul libro “Paolo Rossi, Federica Cappelletti 1982 Il mio mitico Mondiale”  Feltrinelli


“Sono nato una domenica mentre cominciava il campionato: in casa, con l’ostetrica, alle tre del pomeriggio. Era il 23 settembre del 1956. Mio padre, da vero tifoso, si divise fra il dolore del travaglio e la televisione che rimandava le immagini della Fiorentina. Solo il mio vagito lo distrasse definitivamente dalla sua pur nobile passione”

A Prato ho vissuto solo sedici anni ma ricordo bene le strade che portano a casa dei miei genitori.

Paolo RossiPer amore del calcio ho rinunciato alla giovinezza, agli amici di scuola, ai primi approcci con le “ragazze navigate”, alla famiglia d’origine, ma soprattutto, essendo inchiodato in ospedale a Vicenza per un intervento di pulizia alle mie già martoriate ginocchia, non ho visto morire mio padre Vittorio. Se l’è portato via un maledetto tumore alla colecisti, in un banale pomeriggio di giugno.

Era il 1977. Quella stagione resta uno dei periodi della mia carriera che ho più nel cuore. Uno dei più esaltanti e divertenti: oltre ad avere un ruolo chiave nella Nazionale militare, infatti, diventai capocannoniere nel Vicenza con ventiquattro gol in trenta partite, ci piazzammo secondi in Campionato dietro la Juve e mi guadagnai il biglietto d’andata per l’Argentina.

Avevo esordito in azzurro nel dicembre 1977, a Liegi, contro il Belgio. Mi sentivo un folletto, non stavo un giorno a casa, e l’età mi dava ragione. Eccome se era dalla mia parte, complice più che mai! Mi congedarono dal servizio di leva il 5 luglio del ’78, conservo ancora il vademecum dei doveri del “soldato in congedo illimitato”…

Portare la divisa azzurra mi faceva sentire fiero: ero bianco, rosso e verde persino nel sangue che scorreva nelle mie vene! Nessuno dei ragazzi della mia generazione avrebbe mai detto no a una chiamata in Nazionale, né tantomeno si sarebbe ritirato per sua scelta. Farne parte significava aver conquistato la punta dell’Everest. Il massimo al quale un giocatore di calcio potesse ambire.

Paolo RossiMe ne ero andato di casa a sedici anni e mi ero abituato a cavarmela da solo, ma in certi frangenti avevo ancora paura di sbagliare. E quando succedeva, chiamare a casa mi aiutava a stare meglio. Una mamma sa sempre cosa dire al proprio figlio, mentre un padre riesce a trasmetterti il senso delle radici. Di questo avevo bisogno in quei momenti di disagio e loro riuscivano a darmelo.

Non accadeva solo a me di sentirmi smarrito, e alla fine ognuno di noi passava ore in fila per telefonare alle famiglie. All’epoca i cellulari non esistevano e le cabine richiedevano tempi biblici per prendere la linea, specialmente dall’estero. La centralinista dell’albergo si appuntava la prenotazione sopra un block-notes bianco, e uno dopo l’altro ci metteva in collegamento con l’Italia

A distanza di trent’anni guardo le cose con occhi diversi, più maturi, e con disincanto sorrido all’idea di aver dubitato delle mie capacità di calciatore e di uomo. Eppure, in certi momenti di profondo sconforto dovuti alla gravosa condanna del calcioscommesse, mi sembrava impossibile poter rigiocare a certi livelli. A ventitré anni mi sentivo un calciatore finito, un talento inutile. Ero distrutto, talmente ferito da non avere più nemmeno la voglia di esultare per un pallone che terminava la sua corsa dritto in rete. Neanche se a buttarlo dentro fossi stato io

Mi sembrava irreale, incredibile, inammissibile. Non poteva essere accaduto proprio a me. Mi sentivo il personaggio perseguitato di un film di fantascienza. Il capro espiatorio di una vicenda tristemente folle, vittima ideale di una decisione dissennata. È stato l’incubo perfetto, quell’incontro di Avellino. Era il 30 dicembre del 1979, l’ultima partita dell’anno da aggiudicarsi e poi tutti a casa. Le circostanze hanno invece voluto che finisse sul 2 a 2, con una mia doppietta, e il gol del pari a un minuto dallo scadere, in mischia nell’area piccola, il mio giardino personale. Per l’accusa una serie di concomitanze diaboliche

Pensavo di venirne fuori svegliandomi una mattina e scoprendo che si trattava di una banale allucinazione, di uno stupido errore. Come quando ti muore una persona cara e speri che il giorno seguente la realtà sia diversa. Ma come quando perdi un tuo affetto non andò così, e non mi rimase altra scelta che iniziare a elaborare il lutto. Un dolore lacerante, dalle ferite croniche. Soprattutto se conosci la verità e ti viene negata. Ho meditato per settimane sulla possibilità di lasciare l’Italia e smettere. Mi ha salvato la consapevolezza di essere innocente. L’ho detto e ridetto nel tempo, e mi ripeto ancora oggi, come se fosse l’ennesima confessione a cuore aperto, dopo aver interamente scontato la mia pena: quella partita allo stadio Partenio si giocò regolarmente

Paolo Rossi con il Pallone d'OroEnzo Bearzot e Paolo Rossi Devo molto, forse tutto, a Enzo Bearzot. Con lui ho sempre avuto un debito morale. Da grande uomo ha creduto in me e mi ha incluso fra i ventidue del ritiro mondiale. “Ti porto in Spagna perché ci credo” – mi risuonano ancora oggi le sue parole –, “tu stai sereno, continua ad allenarti.” “Tieniti pronto, devi arrivare in condizioni ottimali,” m’incoraggiava senza mai stancarsi prima e durante l’esordio di Vigo, in Galizia

La Nazionale messa in campo da Bearzot in Spagna fu per sei undicesimi la fotocopia di quella che quattro anni prima, in Argentina, aveva conquistato il quarto posto. Gli uomini in più erano Fulvio Collovati, Bruno Conti, Gabriele Oriali, Francesco Graziani e il diciottenne Giuseppe Bergomi, detto lo Zio. Nel 1978 c’era stata la semina, nell’82 la raccolta. “Chi ha avuto pazienza ha raccolto i frutti,” scrisse Gianni Brera

Quella chiamata toccò anche a me, piansi dalla gioia come un bambino di fronte alle prime tempeste emotive. In Argentina ero stato creato a ventidue anni, poi, improvvisamente, ero sprofondato nell’abisso più nero. Infine ho avuto l’opportunità della rivincita in Spagna, dove sono risorto più prodigioso che mai. Ero tornato a vivere, la voglia di riscatto mi aveva dato la grinta per affrontare di nuovo il campo, i compagni, l’allenatore, la gente, il brusio del successo e della celebrità. […]

Paolo Rossi

Ora vivo in Toscana, a Cennina, in Valdambra, nella rigogliosa campagna di Valdarno tra Siena, Firenze e Arezzo. […] All’inizio era il mio buen retiro del fine settimana, un modo per rigenerarmi dagli impegni quotidiani, ma in seguito all’incontro magico con Federica, la donna che presto sarebbe diventata mia moglie, nel 2008 ho lasciato Vicenza dopo trent’anni e mi sono trasferito in questo paradiso

Paolo Rossi Spero che un giorno Maria Vittoria e Sofia Elena – Alessandro ha già avuto modo, negli anni, di rendersi conto di quanto affetto mi circondi – possano capire il significato dei miei tre gol al Brasile, dei due alla Polonia e dell’ultimo alla Germania dopo due anni di squalifica e di sofferenza, ma soprattutto possano toccare con mano la realtà di un’Italia per un mese caparbiamente unita dal gioco del pallone e dal tricolore. E felice. Come ora lo sono io, Paolo Rossi, in arte Pablito, nella mia ridente campagna toscana.

Guardavo la folla, i compagni, le bandiere dell’Italia sventolare ovunque, e dentro sentivo un fondo di amarezza. “Adesso dovete fermare il tempo, adesso,” mi dicevo. Non avrei più vissuto un momento del genere. Mai più in tutta la mia vita. E me lo sentivo scivolare via. Ecco: era già finito…